“Gli incontri fra gli italiani e gli egiziani nelle sale della mensa, nei clubs, al cinematografo, nelle viuzze del campo, al tennis, al campo da football, o sui posti del lavoro non sono concepiti senza il sorriso, lo scherzo e le premure che si usano fra vecchi amici. Tutto ciò accade nel Sinai, in pieno deserto, a 150 chilometri da Suez, a 250 chilometri dal Cairo (…).
Il lavoro può tutto. In un Paese dove l’europeo viene ormai guardato con diffidenza, cinquanta italiani hanno saputo creare un’oasi di pace e serenità che molti tormentati lavoratori in Oriente e in Occidente sono lontani dall’immaginare”
Sandro Salvatori, Il Gatto Selvatico, 1957
“Sono circa quindicimila gli italiani che vivono a Casablanca. Ora ci sono anche quelli dell’Agip. Il nome della grande azienda italiana corre spesso nei discorsi dei marocchini con accento vivace, e pare indichi i primi effetti del rinnovamento economico cui aspira il Marocco.”
Ubaldo Bertoli, Il Gatto Selvatico, 1958
Quelle riportate sopra sono citazioni di articoli tratti da Il Gatto Selvatico, la rivista voluta da Enrico Mattei e diretta dal poeta Attilio Bertolucci, che, fra il 1955 e il 1964, seppe diventare molto di più dell’house organ di un’azienda, anticipando di un anno l’impresa editoriale de Il Giorno. Studiare l’indice dei numeri de Il Gatto Selvatico (un nome che può apparire strano, ma che è solo la traduzione letterale di Wild Cat, il pozzo esplorativo nel gergo petrolifero) è un’esperienza emozionante: la rivista ripercorre dieci anni di cultura italiana in tutti gli ambiti, alternando una visita alla Biennale di Venezia a un articolo di stampo medico intitolato “Si può fumare senza danno?”, raccontando le imprese sportive dei ciclisti italiani al fianco dei discorsi dei Ministri in visita a San Donato.
Uno dei fili conduttori della rivista è lo sguardo sul mondo, il percorso progressivo che ha portato Eni a diventare l’impresa internazionale che è oggi. I racconti da cui sono tratte le citazioni possono far sorridere. I toni sono ispirati, possono sembrare retorici. A scrivere questi reportage dal mondo Eni, però, non sono zelanti addetti alla comunicazione aziendale dell’epoca, sono giornalisti, che trasmettono con le loro parole non tanto una volontà di rappresentare Eni sotto una luce positiva, quanto un sincero stupore nel toccare con mano, attraverso il viaggio sulle navi e sugli elicotteri in Paesi lontani, cosa sta realizzando un’impresa italiana nel mondo.
E’ lo stupore di Salvatori che visita l’Egitto a meno di un anno dalla Guerra del Sinai e non trova un contesto conflittuale, ma un luogo in cui egiziani e italiani non soltanto lavorano insieme, ma si ritrovano la sera nello stesso cinema. Un cinema, fra l’altro, costruito in un campo in mezzo al deserto. E’ lo sguardo di Bertoli che assiste alla difficile decolonizzazione del Marocco e trova un’azienda italiana che viene vissuta come una compagna di viaggio per lo sviluppo.
Oggi Il Gatto Selvatico non esiste più. I giornalisti hanno meno di frequente l’occasione di incontrare Eni nel mondo e raccontare la sua presenza, al di là degli avvenimenti che rendono “notiziabile” la nostra azienda. Tuttavia l’interesse e, in qualche modo, lo stupore, li ritroviamo ogni volta che abbiamo modo di confrontarci con i nostri interlocutori, di spiegare a esponenti della cultura, alle organizzazioni, ai cittadini, in cosa consiste il fare impresa di Eni nel mondo.
Spiegare come opera Eni in 70 Paesi, oggi, significa parlare di sostenibilità. Questo termine è stato adottato dall’azienda, anche in senso organizzativo, da pochi anni e rappresenta una chiave di lettura che ci consente di pianificare e gestire in modo integrato e sistematico molti degli elementi che, resi nella pratica quotidiana in modo più estemporaneo, suscitavano stupore in chi ci osservava negli anni Cinquanta.
Il primo elemento che condiziona la sostenibilità di Eni come impresa è infatti la relazione con i Paesi produttori. Dentro al concetto di Paesi produttori stanno attori sociali diversi, non sovrapponibili: i governi, non solo nazionali, le comunità locali, i cittadini che a volte sono nostri colleghi, nostri fornitori o nostri clienti.
Eni è sostenibile se è capace di creare rapporti costruttivi con tutti questi interlocutori. Il settore energetico pone le aziende in una relazione non soltanto “business to business” o “business to consumers”, ma fa sì che si instaurino partnership “business to Government”. Gli accordi fra Eni e i Paesi produttori vedono nella quasi totalità dei casi una compartecipazione delle compagnie nazionali. La Formula Mattei, pur essendo ormai ovviamente datata, conteneva un preciso messaggio sulla governance delle risorse energetiche: solo un controllo congiunto ed equilibrato sullo sfruttamento delle ricchezze naturali da parte del Paese che le possiede e della compagnia internazionale che detiene la tecnologia e le risorse economiche per estrarle, lavorarle e commercializzarle consente uno sviluppo sostenibile del business.
Oggi, in un mondo caratterizzato da una sempre maggiore domanda di risorse non infinite, il modello di partnership con le Nazioni petrolifere è ancora più importante: se il controllo sui giacimenti passa – e deve passare - gradualmente nelle mani delle compagnie nazionali, il trasferimento di tecnologia e conoscenze, la formazione di persone che sappiano lavorare in questo settore complesso, la costruzione di quelle infrastrutture, non solo fisiche, ma anche manageriali che consentano di sfruttare le ricchezze del sottosuolo è ancora compito delle compagnie internazionali.
Non è solo una responsabilità, ma è una reale opportunità, che consentirà di continuare a creare valore economico nel tempo. Un’impresa capace di costruire un rapporto di fiducia con i governi dei Paesi in cui opera si assicura accordi di lungo termine con essi e viene vissuta come un partner nello sviluppo. In Libia, Eni ha firmato recentemente un Memorandum of Understanding con gli stakeholder istituzionali locali per 150 milioni di dollari. Chi gestisce questo accordo impegnativo, che prevede progetti in campo sanitario, infrastrutturale, educativo, ambientale definisce“cooperazione tecnica allo sviluppo” il ruolo che Eni è chiamata a svolgere. In altre parole, Eni contribuisce a creare le condizioni per lavorare meglio e più a lungo in quel contesto nazionale. E’ passata molta acqua sotto i ponti dalla volontà di autosviluppo del Marocco post coloniale, ma la richiesta che viene fatta all’azienda è la stessa. Solo che oggi più di ieri Eni è consapevole che questo ruolo è il migliore che può adottare per continuare a sviluppare un’energia sicura e responsabile.
Se il business di Eni suggerisce una relazione costruttiva con i Governi, impone un rapporto aperto con le comunità e con le persone. La relazione con le comunità locali è essenziale in Nigeria come in Norvegia, a Ravenna come in Val d’Agri.
Eni ha le sue persone nel mondo. Al di là degli aspetti legati alla sicurezza, al fatto che si è al sicuro solo se si è parte di una comunità, esistono molte altre considerazioni che richiamano alla concretezza e alla quotidianità dell’integrazione. Le scuole che frequentano i figli degli espatriati sono spesso le stesse in cui studiano i ragazzi di una comunità. Le strade, le città, i villaggi sono abitati indifferentemente da persone autoctone e non autoctone. Le nostre persone lavorano e vivono fianco a fianco non soltanto con chi appartiene per nascita a quella comunità, ma anche con chi ci è arrivato attraverso processi di nomadismo professionale che sono molto comuni nel nostro settore.
L’incontro con la diversità culturale, nella sua accezione più ampia, è una costante. Nell’analisi di clima che Eni ha condotto quest’anno al suo interno e che ha coinvolto 48.000 persone, una città di medie dimensioni, emerge che la diversità culturale, nella nostra azienda, non è percepita come un problema organizzativo. Le differenti culture sono vissute, non in base a preconcette rappresentazioni positive o negative, ma quotidianamente nella relazione con il collega, nel dialogo al tavolo della mensa, nella riunione. Questo approccio alle diversità è elemento culturale che insieme condiziona ed è condizionato dalla sostenibilità del business.
E’ una necessità e una forza, per Eni, creare professionalità nei luoghi in cui opera, e non solo perché l’espatrio ha dei costi che l’azienda deve sostenere. Così come far crescere le imprese locali, e non solo perché per disporre di fornitori direttamente nel Paese in cui si opera. Favorire lo sviluppo sociale, culturale, economico di una comunità locale, urbana e rurale fa sì che questa diventi un luogo in cui le persone di Eni possono stare bene e in cui si starà bene dopo che le persone di Eni se ne saranno andate.
La nostra azienda ha un’esperienza da condividere, un passato di cui, grazie al sapiente lavoro dell’Archivio Storico, abbiamo numerose testimonianze e un impegno quotidiano orientato al futuro, che chiamiamo sostenibilità. Questo non significa avere una soluzione certa e univoca per tutti i dilemmi a cui Eni è chiamata a dare risposte.