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SVILUPPO E COMUNI POLVERE


La Missione di ComunitÀ

Di Aldo Bonomi, Sociologo



Costruire una Missione di comunità dentro le dinamiche del capitalismo globalizzato, intessendo relazioni tra un global player come Eni e le piccole comunità polvere della Basilicata, significa in qualche modo ricordare il futuro. Un ossimoro certo. Che ci serve però per radicare l’esperienza di oggi in una storia ormai lunga costellata da figure ed esperienze che hanno costruito la cultura dello sviluppo locale in questo paese. Un paese, è bene ricordarlo, che ancora oggi, spesso, sembra soffrire di una contraddizione di fondo. L’Italia dei distretti, dei mille campanili, insomma del territorio, ha sempre prodotto classi dirigenti che nei processi dall’alto, nel fordismo della grande fabbrica piuttosto che nell’interventismo statale, hanno visto la sola via sicura per connettere il paese ai flussi della modernità. Oggi, in tempi di globalizzazione, questo antico vezzo viene talvolta sostituito da un’attitudine da sorvolatori del mondo, avvezzi più a scrutare gli scostamenti del mitico PIL o la cybergeografia della grandi reti che a prestare attenzione a passioni e sussurri del locale.


Insomma, nonostante la crisi del fordismo e della sua cultura ogni tanto emerge ancora in Italia l’assenza di una vera cultura dello sviluppo locale capace di riscattare dalla marginalità il ruolo degli operatori di comunità e, successivamente, di sostenere e legittimare quello dei loro epigoni, gli agenti di sviluppo.


Ma oggi che il motore della modernità la dinamica tra flussi globali e luoghi e che sempre più anche il nostro paese sembra assumere coscienza di essere parte di questa grande trasformazione, lo sviluppo locale torna ad essere un tema centrale. E nel medesimo tempo muta profondamente la sua natura. Esso, qualora lo sia mai stato, non è più identificabile esclusivamente con la difesa del locale e delle sue prerogative o con la debolezza o la ristrettezza delle progettualità e delle identità. Anche lo sviluppo locale, oggi, è chiamato a sollevarsi e ad acquisire respiro e potenza. A volte le antiche terre dell’osso reagiscono allo spaesamento aprendosi alla ricerca di risorse in grado di agganciare il locale alle reti competitive di medio e lungo raggio.

 

E conseguentemente non può non mutare anche l’identità della figura dell’agente di sviluppo, cioè di chi è chiamato a sostanziare con la sua azione la missione di comunità: da profilo di mero animatore territoriale, di “agitatore” della domanda sociale, a una figura di manager dello sviluppo, con più forti connotazioni sul versante delle competenze necessarie alla soluzione dei problemi. Accompagnatore e tessitore dell’incontro tra soggetti del locale e protagonisti dei flussi.
E’ un’evoluzione che ha accompagnato il mutar pelle delle strutture e delle istituzioni dello sviluppo locale, da semplici agenzie di ascolto ad agenzie di sviluppo.


Questa duplice evoluzione (dell’agente di sviluppo e delle pratiche) si è incarnata nel succedersi di alcune figure idealtipiche che con la loro storia hanno simboleggiato la crescita della cultura dello sviluppo locale nel nostro paese.


A cominciare, anzitutto, dall’esperienza umana e politica di Danilo Dolci, il grande operatore di comunità che muore con la comunità locale, a Partinico, per darle autocoscienza. Espressione di una fase in cui lavorare nella comunità significa immergersi in essa, entrare in totale empatia con essa, testimoniandone e condividendone fino in fondo le dinamiche territoriali; entrando in comunicazione attraverso quel metodo dell’educazione creativa fondata sulla centralità dell’esperienza che rimane ancora l’insegnamento più attuale di Dolci. Ma restandone anche prigioniero.


Altri hanno testimoniato questo impegno più dall’interno rispetto alle logiche della modernità che avanzava. Ne è un esempio, a cui ho già accennato, la stagione dei “patti territoriali” sul fronte dei meccanismi più istituzionali e di coalizione tra élites locali. L’esempio più attuale, quello che per molti versi più da vicino ci ricorda ciò che sta avvenendo in Basilicata è l’esperienza di Adriano Olivetti, come imprenditore e grande borghese, con il suo sviluppo comunitario nel ridotto canavesano alle porte della company town torinese. Rimane un’esperienza unica promossa da un imprenditore illuminato con una visione da fordista dolce nel rapporto tra fabbrica, territorio e classe operaia. Nessuna velleità di riproporla oggi. Ciò che vede l’angelo della storia camminando in avanti e guardando indietro si riproporrebbe come una farsa.


E’ molto interessante, invece, interrogarsi su cosa resta oggi di quell’esperienza. Dentro la potenza dei flussi economici (e umani) globali è possibile rintracciare tracce di nuovo comunitarismo proprio dove meno ce lo aspetteremmo, nell’intreccio tra global players e attori del locale. Lo abbiamo già raccontato in un precedente fascicolo di Communitas in cui presentando il caso del “Karma-Capitalismo” di Tata, la grande conglomerata industriale indiana in cui il 65 % degli utili viene reinvestito in progetti sociali, scorgevamo tracce di nuova comunità dentro la potenza dei flussi economici.


La sfida di un nuovo pensiero, e di una nuova pratica neo-comunitaria è grande. Ci mette in discussione tutti. Le concezioni del locale a cui siamo abituati, ma anche le ideologie della responsabilità sociale che fino ad oggi hanno caratterizzato i grandi attori dell’economia mondiale. La corporate responsability può trasformarsi così da ideologia del rapporto con gli stakeholders a processo di contaminazione ed apprendimento reciproco tra le culture dell’impresa e dei luoghi. Una cultura della responsabilità di territorio potremmo chiamarla: una responsabilità sociale che apre al territorio e ne mette a valore le risorse. Qui è la comunità lo stakeholder.

 

Ho frequentato le regioni del Mezzogiorno accompagnando i Patti Territoriali degli anni ’90, con i quali si tentava di forgiare una nuova coscienza tra le èlite locali nel declino delle politiche dall’alto. Emergeva una generazione di amministratori, subito cooptata nella ri-centralizzazione dello sviluppo, il vero effetto perverso di quella che si chiamava programmazione negoziata.
Su invito di Eni, sono tornato a occuparmi di Mezzogiorno e sviluppo locale; questa volta non per accompagnare le amministrazioni locali al centro, ma al seguito di un grande attore dell’economia globale, un global player. Nonostante una storia di cattedrali nel deserto, penso che a determinate condizioni la grande impresa globale possa essere, oggi più di ieri, un soggetto che contribuisce a creare le condizioni dello sviluppo locale. Certo, parliamo di un’azienda che non drena capitale umano (è aperto il dibattito se questo sia un bene o un male) e che, in cambio del diritto di sfruttamento dei suoli, restituisce al territorio ingenti risorse economiche. Ma è soprattutto il contesto ad essere mutato. 


Calvello e Abriola, a esempio, sono due comuni polvere del bacino della Camastra, a Sud di Potenza. Qui non sono arrivate le politiche industriali. La Fiat di Melfi e il distretto del salotto si sono fermati al di là delle montagne incantate. Si campa con un mix di agricoltura, artigianato di prossimità e turismo della neve. Poi ci sono i contributi pubblici a garantire nel tempo la tenuta comunitaria e assicurare condizioni dignitose a quelli che restano. Sempre meno. L’emorragia demografica non si è fermata agli anni di “Rocco e i suoi fratelli” che andavano a Nord, anche se oggi ha rottamato le valigie di cartone e forse per questo non fa più notizia. Ma è proseguita, con uno stillicidio costante verso Roma, Napoli, e anche Potenza che dista una trentina di chilometri. Sono luoghi emblematici, e non solo perché in Basilicata si è scoperto che l’osso aveva un midollo petrolifero. E qui, come in tanti altri centri del paese che la geografia dello sviluppo ha relegato al margine, la modernità avanza portando mezzi e promettendo benessere, ma anche minacciando spaesamento e rottura dei legami sociali.
 
E’ un Mezzogiorno diverso da quello di Danilo Dolci ma anche da quello dei Patti Territoriali. Non solo per cause endogene, ma perché è il mondo a essere cambiato. Esiste un globale narrato, iconizzato, incarnato dai grandi soggetti dei flussi. Ed esistono i luoghi, che non sono “altrove”, ma che – per riprendere un espressione recente di  Saskia Sassen - sono “localizzazioni del globale”. Anche i processi che prendono forma sul territorio sono oggi da re-interpretare come fatti non più solo nazionali o locali. Non possono esserlo, quando dipendono da un attore della potenza di Eni; ma non lo sono neanche le “forme non cosmopolite di globalità”, come gli stessi attivisti No Oil che agiscono contro Eni su scala locale, ma sono consapevoli della matrice transfrontaliera e non nazionale del loro operato.


Ho sostenuto in altre sedi, in accordo con l’amico Gianfranco Viesti, che è necessario abolire il Mezzogiorno; le tradizionali demarcazioni tra aree costiere e zone interne (tra la polpa e l’osso), così come quelle tra un Nord e un Sud del Mezzogiorno, non rendono più conto della complessità del mosaico socio-economico territoriale. Il Sud non coincide con la sua immagine stereotipata dei rifiuti e delle guerre di camorra, né con le promesse high tech sulle pendici dell’Etna. Quella che chiamiamo globalizzazione è infatti un processo di zonizzazione permanente, di costruzione e de-costruzione continua delle coordinate spazio-temporali dello sviluppo; nessun centro e nessuna periferia sono mai del tutto tali, né lo sono per sempre. Neanche i paesini simili a presepi della Val d’Agri e della Camastra, sono al di fuori di queste dinamiche.

 

Anche ciò che è molto grande, il globale, si può osservare da un granello di polvere, da una prospettiva che ci consente di riannodare il filo del ragionamento sulla comunità, e capire come società ed economia, coesione sociale ed efficienza produttiva, possano riprendere a funzionare insieme. E capire attraverso quali contributi, quali processi, quali attori. Per queste ragioni ritengo che il metodo di Dolci e Olivetti sia attuale. Per questo abbiamo chiamato Missione di Comunità il nostro progetto.
E tuttavia gli strumenti che servono a produrre sviluppo locale sono altri. Per rilanciare la Val d’Agri e la Camastra occorrono investimenti collettivi, infrastrutture dolci e manutenzione del territorio, moderne strategie comunicative, capitale umano. Servono, in due parole, beni collettivi. Sapere, competenze tecniche, reti relazionali, capitali. In parte, questi beni possono essere prodotti da Eni. Questa la scommessa che abbiamo iniziato a giocare.

 

La Missione si è insediata sul territorio nell’estate del 2007. Rinvio ai contributi interni il dettaglio delle azioni svolte. In questo primo anno, basti sottolineare questo aspetto, i dirigenti Eni hanno iniziato a fare pratica di territorio, accompagnati dagli agenti di sviluppo del Consorzio AASTER. Sono stati organizzati due grandi eventi pubblici, a Calvello e Viggiano, per discutere di sviluppo locale e di “professioni del petrolio”. Sono state realizzate quasi cento interviste a sindaci, dirigenti scolastici, imprenditori, e organizzate decine di riunioni. Per “far parlare la comunità”, e capire insieme dove concentrare gli sforzi. E da questi incontri è emersa una matrice di opportunità.


Il settore agroalimentare vanta prodotti di pregio. La razza bovina podolica, con il provolone podolico dop, allevata allo stato brado assieme ai cavalli. Sono piccole imprese agricole che non controllano il canale commerciale. La comunità domanda mezzi che la aggancino ai flussi economici e culturali moderni. I sindaci provano a ridisegnare il loro territorio accompagnando uno sviluppo soft che tenga assieme sviluppo e coesione sociale. Si può fare. Sotto la Sellata e il Volturino, le cime che separano la Camastra dall’alta Val d’Agri, a seimila metri di profondità si estende il più grande giacimento petrolifero su terra ferma d’Europa. Eni e altri global players del petrolio vi hanno insediato da tempo le loro attività.

 

Ci si aspettava posti di lavoro possibilmente fissi come accadeva nel Vulture con la Fiat. Ma il ciclo di Eni non è quello della Fiat. Un po’ di lavoro per i locali, un po’ di indotto, ma non in una dimensione fordista. Ed allora ci si è divisi tra chi pratica strategie da sindacalismo di territorio rivendicativo e chi si mette sotto sforzo per sfruttare opportunità che discendono da risorse aggiuntive, le royalties petrolifere per i comuni, e dalla disponibilità del big player atterrato sul territorio a socializzare competenze tecniche e cognitive dell’impresa e della Fondazione Mattei. Calvello e Abriola, ad esempio, hanno scelto questa strada. I saperi necessari per esplorare quello che sta sotto possono anche progettare percorsi e itinerari sopra, per quel segmento di turisti, e sono sempre di più, che ai divertimentifici costieri preferisce le attività open air.

 

Le royalties petrolifere finanziano programmi regionali di sviluppo che, nonostante gli endemici ritardi, possono ibridare soft economy, agroindustria e sviluppo locale. Nei comuni polvere, dove i residenti sono sempre meno e sempre più anziani possono finanziare quel welfare di comunità che è oggi alle prese con risorse molto scarse e domande crescenti. Emblematico il caso di Calvello dove l’assistenza agli anziani grazie alle royalties è passata in pochi anni da 2 assistiti a più di 100. Un buon uso delle royalties. Spesso usate per costruire improbabili campi da tennis e piscine che pochi utilizzano. Il microcosmo della Camastra, terra dell’osso tra il precipizio della marginalità e la scommessa della soft economy, ci dice che l’antidoto allo spaesamento non è la chiusura comunitaria ma l’apertura alla ricerca di risorse in grado di agganciare il locale alle reti competitive di medio e lungo raggio. Ci dicono anche che da sole non ce la possono fare. Sia le comunità–polvere del Mezzogiorno interno che qualunque comune–margine del Nord.

 

La riflessione sui “comuni polvere” muove da queste premesse: come quadrare il cerchio combinando sviluppo e coesione sociale nei centri minori del nostro Mezzogiorno, promuovendo nel contempo un rapporto positivo tra le strategie di un grande gruppo globale come Eni e le micro comunità? Come produrre società a fronte dello spaesamento che accompagna il mutare dei rapporti comunitari? Come produrre sviluppo autonomo partendo dal turismo e dalle risorse locali come il legno e le biomasse? Cosa significa fare impresa globale parlando al territorio?

 

Quello che presuntuosamente chiamiamo “modello Calvello” non è ancora, in tutta evidenza, un insieme compiuto di saperi e pratiche conseguenti, né intende esserlo. Questo numero di Communitas non rende conto di un percorso finito, non siamo alla divulgazione di una “scoperta scientifica”. Siamo piuttosto a rendere pubblica, insieme, una traccia di lavoro e un repertorio di azioni perlopiù in divenire, rispetto alle quali siamo in grado oggi di produrre alcune ipotesi e nessuna tesi.

 

La scommessa, ripetiamo, è realizzare un caso virtuoso di sviluppo locale basato sul contributo diretto (e non solo sulla responsabilità istituzionalizzata attraverso le royalties) di uno dei pochi global players nazionali. Non sappiamo a oggi quanta parte di questa scommessa sarà vinta, né se ci troveremmo tra due anni non più a suggerire ma a descrivere un “modello vero”. Come sempre accade, i modelli non si costruiscono solo sul campo, ma combinando lavoro di territorio, momenti riflessivi, comunicazione pubblica; ciascun fattore alimenta gli altri. Questa traccia di lavoro può indicare una possibile via d’uscita tra il rischio della marginalità per assenza di risorse e quello dell’eterno ritorno al Mezzogiorno dello “sviluppo senza autonomia”, a suo tempo magistralmente descritto da Carlo Trigilia. Per questo il dialogo tra le comunità locali e Eni mi pare un esempio da osservare con attenzione.