Cenare a lume di candela in un elegante soggiorno sembra romantico. Un intervento chirurgico alla luce di una candela in un povero villaggio rurale non lo è.
Raffaella Centurelli - International Energy Agency
Oggi 1,4 miliardi di persone - oltre il 20% della popolazione globale - non ha accesso all'energia elettrica, mentre più di 2,7 miliardi di persone utilizzano per cucinare biomasse tradizionali, inalando sostanze estremamente nocive per la salute: ogni anno il numero di morti premature per malattie respiratorie legate a queste pratiche è superiore a quello per malaria e tubercolosi.
Le nostre proiezioni suggeriscono che se non verranno intraprese azioni forti da parte dei Governi, il problema persisterà, peggiorando nel lungo periodo.
Nel 2030 le persone senza elettricità saranno poco meno di oggi - 1,2 miliardi, ma il numero di utenti delle biomasse tradizionali aumenterà a 2,8 miliardi, facendo allora registrare più morti premature di quelle causate dall'HIV.
In quali aree del mondo il problema è più serio?
Più dell'85% delle persone che non dispongono di moderne forme di energia elettrica vivono nelle aree rurali dell'Africa Sub-Sahariana e del Sud-Est Asiatico. Il problema maggiore risiede proprio nell' Africa Sub-Sahariana, dove solo il 31% della popolazione ha accesso all'energia elettrica, la percentuale più bassa del mondo. Si pensi che i 20 milioni di abitanti di New York consumano in un anno la stessa quantità di energia – 40 TWh – dei circa 800 milioni di abitanti dell'Africa Sub-Sahariana.
Qual è il collegamento fra accesso all'energia e sviluppo?
L'accesso a moderne forme di energia è un prerequisito per lo sviluppo sociale ed economico. È essenziale per l'approvvigionamento di acqua potabile, per la fornitura di servizi igienici di base, e porta benefici in termini di sviluppo dando alle persone la possibilità di contare su illuminazione, condizionamento, cottura del cibo, automazione delle operazioni quotidiane, trasporti, servizi di telecomunicazione. Nonostante l'evidente correlazione fra energia e sviluppo, purtroppo i Millennium Development Goals (MDG) non fanno riferimento esplicito all'energia e non contengono nessun obiettivo quantitativo né indicatore specifico che consentirebbe ai Governi e alla comunità internazionale di monitorare i progressi fatti verso un accesso universale all'energia moderna. Recentemente, però, si sono fatti passi avanti positivi: l'Advisory Group su Energia e Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite ha chiesto l'adozione di un obiettivo su questo tema entro il 2030 e le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2012 "Anno dell'energia sostenibile per tutti".
Come può l'energia contribuire al raggiungimento degli Obiettivi del Millennio esistenti a oggi?
Come dicevamo l'accesso all'energia non è esplicitamente tra i MDGs, ma è un prerequisito per molti dei già esistenti obiettivi delle Nazioni Unite. L'accesso all'energia contribuisce sicuramente al primo MDG: eliminare la povertà estrema e la fame. Sostiene lo sviluppo economico, dando mezzi più efficienti e sicuri per garantire le necessità di base e per intraprendere attività produttive. L'energia consente il pompaggio elettrico dell'acqua dai pozzi, dando acqua da bere e rendendo più produttiva l'agricoltura. L'accesso a forme moderne e pulite per cucinare garantirebbe progressi per gli obiettivi legati alle morti infantili e alla salute delle gestanti (MDGs 4, 5, 6): secondo l'OMS le sostanze inquinanti emesse dalle stufe tradizionali sono oggi responsabili della morte prematura di più di 1,45 milioni di persone. Nelle Regioni dove l'uso delle biomasse è dominante, donne e bambini sono generalmente responsabili della raccolta del combustibile, un'attività che richiede tempo e fatica. Disporre di strumenti per cucinare, di tecnologie per la comunicazione e, ancora più semplicemente, di illuminazione e luce elettrica, contribuisce agli MDG 2 e 3 donando tempo a donne e bambini, sostenendo la frequenza scolastica e consentendo lo sviluppo del potenziale femminile. Infine, l'accesso universale all'energia moderna contribuisce al settimo MDG: garantire la sostenibilità ambientale. Abbandonare l'uso non sostenibile di legna da ardere alleggerirebbe la pressione sull'ambiente evitando deforestazione ed erosione del suolo ed energie più pulite ridurrebbero le emissioni di gas serra, contenendo il cambiamento climatico.
La IEA ha pubblicato uno studio in cui stima i costi dell'affrontare il problema dell'accesso all'energia per ottenere l'accesso universale a forme moderne di energia entro il 2030. Quali sono i risultati principali?
Portare elettricità a 1,2 miliardi di persone entro il 2030 significa investire complessivamente 700 miliardi di dollari fra il 2010 e il 2030, ovvero 33 miliardi di dollari all'anno. Per garantire l'accesso universale a forme pulite e moderne per cucinare per 2,8 miliardi di persone occorre un investimento di 2,6 miliardi di dollari all'anno: dunque 36 miliardi di dollari all'anno consentirebbero di ottenere entrambi i risultati entro il 2030. La maggior parte degli investimenti per l'elettrificazione devono avvenire in Africa Sub-Sahariana e nelle Regioni in via di sviluppo dell'Asia.
Quali sono i requisiti del vostro scenario di accesso universale ai moderni servizi energetici?
Per garantire l'accesso universale all'energia elettrica abbiamo stimato necessario un incremento totale di produzione di elettricità di circa 950 TWh entro il 2030. Per generare questa extra energia occorre incrementare la capacità produttiva di 250 GW, sia attraverso la generazione che utilizza la rete elettrica sia attraverso soluzioni "off grid". Queste soluzioni decentralizzate hanno un ruolo centrale per le zone rurali e rappresenteranno la maggior parte degli investimenti nel periodo preso in considerazione.
Pensa che questi investimenti si faranno veramente?
Gli investimenti per garantire l'accesso universale ai moderni servizi energetici entro il 2030 sembrano molto alti e fino ad ora sono stati al di sotto delle reali necessità, ma occorre mettere le cose nel giusto contesto. Gli investimenti necessari per i prossimi venti anni sarebbero di 36 miliardi di dollari l'anno, cifra che rappresenta solamente lo 0.05% del PIL globale annuo. Nel 2009, è stata spesa una cifra dieci volte superiore per sussidi ai carburanti fossili e il costo per garantire l'accesso all'energia nei dieci maggiori Paesi esportatori di petrolio e gas dell'Africa Sub-Sahariana è lo 0.4% dei ricavi cumulativi per olio e gas dei Governi fino al 2030 (WEO 2008). Abbiamo calcolato che l'aggiunta di 0.3 centesimi di dollaro alle attuali tariffe elettriche dei Paesi OCSE potrebbe finanziare l'investimento aggiuntivo per consentire l'accesso universale all'energia.
Qual è, secondo lei, la maggiore sfida per affrontare il tema energia e povertà?
La necessità di investimenti relativamente alti non rappresenta né l'unica né la più grande barriera. Il riconoscimento da parte della comunità internazionale e dei Governi nazionali dell'urgenza di questo tema, insieme ad un impegno politico di lungo periodo sono le vere conditio sine qua non. Dare la priorità al tema dell'accesso all'energia come fattore chiave dello sviluppo è un primo passo. Occorrerà l'impegno della comunità internazionale, la definizione di obiettivi nazionali sostenuti da piani specifici, il monitoraggio, e un quadro finanziario, tecnologico ed istituzionale adeguato.
Qual è il collegamento tra il tema dell'accesso all'energia e un'altra grande sfida, il cambiamento climatico?
Il cambiamento climatico è un problema globale che richiede dunque soluzioni globali. I Paesi poveri non sono certamente tra i maggiori responsabili del cambiamento climatico, ma le loro popolazioni sono quelle che ne soffrono di più gli effetti. Inoltre, nei Paesi in via di sviluppo importatori di petrolio, la volatilità e il rialzo dei prezzi ha amplificato il problema dell'accesso all'energia e ha posto un ulteriore sovraccarico sui budget fiscali. Oggi questi Paesi affrontano scelte difficili per quanto riguarda l'allocazione di risorse, e tra le varie urgenti necessità di sviluppo il cambiamento climatico è spesso visto come un problema di lungo periodo rispetto a priorità e problemi più urgenti. Noi abbiamo stimato che l'accesso universale all'energia elettrica avrebbe un impatto modesto sulle emissioni di CO2 correlate all'energia e sulla domanda energetica. Le emissioni crescerebbero soltanto dello 0,8% al 2030 – ovvero il 2% delle attuali emissioni dei Paesi OCSE – e la domanda di petrolio crescerebbe meno dell'1% se comparata con il livello atteso della domanda al 2030. Questo dimostra che l'accesso all'energia e il cambiamento climatico sono due sfide che possono essere combattute e risolte insieme.
Quali sono i vostri prossimi passi?
A nostro avviso è ora fondamentale identificare la maniera migliore per trovare e amministrare i finanziamenti necessari per consentire l'accesso all'energia a coloro che vivono in condizioni di povertà. Stiamo lavorando a uno speciale del World Energy Outlook 2011 che presenterà una nuova architettura per il finanziamento dell'accesso universale a forme moderne di energia. Presenteremo le nostre conclusioni in occasione di un incontro di alto livello ospitato dal Governo norvegese nell'ottobre del 2011 ad Oslo. Speriamo di riuscire a portare il tema di energia e povertà al vertice dell'agenda internazionale.
Capitale umano: dalla responsabilità alla sostenibilità
Giuseppe Soda, SDA Bocconi School of Management
Nel dibattito sulla competitività dei sistemi economici che intreccia il mondo dell'economia, delle imprese e dei policy maker, quasi mai è assente il richiamo alla necessità degli investimenti nel capitale umano. Questa felice intuizione, di cui siamo debitori al premio Nobel Gary Becker, si basa sull'idea per cui in processi competitivi sempre più fondati sulla velocità di accumulazione delle conoscenze, sull'innovazione e sugli elementi intangibili, le persone possano fare davvero la differenza. In sintesi, creatività, conoscenze, competenze, motivazione e coinvolgimento individuali sono elementi centrali nei processi di innovazione e di sviluppo delle imprese, uniche strade realmente percorribili per conservare posizioni di leadership nei settori ad alto valore aggiunto e nella competizione globalizzata. Questo vale anche per i Paesi in via sviluppo, dove la competenza è una leva di crescita, nonostante dal punto di vista di molte aziende l'idea di capitale umano in questi contesti sia ancora legata al vantaggio comparato di costo. Se su queste affermazioni di principio esiste, accanto ad una certa retorica, un generale accordo, diversa è la loro traduzione pratica.
Malgrado il forte impegno di molte imprese e di alcuni Paesi, la realtà sembra infatti essere un'altra.
Anche la recente crisi ha dimostrato, ancora una volta, che le azioni sul capitale umano non hanno trovato, nella politica economica come nelle strategie aziendali, risposte coerenti con l'ipotizzata centralità, assumendo spesso un ruolo secondario se non, in taluni casi, addirittura marginale. Al punto che sorge un legittimo dubbio: quando si dice che la ricchezza di un Paese è legata a filo doppio con la competitività delle sue imprese e del "sistema" e quando si sostiene che nell'economia globalizzata della conoscenza l'asset più critico per imprese e Paesi è rappresentato dal capitale umano, i mercati finanziari e i tutori del "valore" generato dalle imprese ci credono davvero?
Quella che potrebbe apparire una domanda retorica deve però trovare risposta nelle politiche e nelle azioni, altrimenti si rimane nel campo, intellettualmente interessante ma sterile, delle ipotesi. Se ci si credesse per davvero, allora le evidenze empiriche dovrebbero consegnarci dati più chiari sulla reazione positiva verso le imprese virtuose nella competitività di medio/lungo periodo e nella capacità di generare nuova conoscenza e innovazione tramite un'efficace gestione del capitale umano.
Purtroppo, alcuni elementi fanno pensare che la situazione reale sia un po' diversa dal dichiarato. Per esempio, nella valorizzazione delle risorse intangibili, le evidenze empiriche mettono in luce come nei rendiconti alla comunità finanziaria le imprese confinino gli investimenti nello sviluppo del capitale umano nel magma indistinto delle attività di responsabilità sociale o del bilancio sociale.
In aggiunta, dati più aggregati segnalano una decisa preferenza dei mercati finanziari per profili di imprese cost cutter, indipendentemente dal valore o dalla produttività generata dalla riduzione dei costi. Come già emerso in molte ricerche, c'è una spiccata preferenza dei mercati finanziari per condotte organizzative aggressive, per esempio costruite su riduzioni veloci dei costi del capitale umano, che penalizzano inevitabilmente l'ipotizzata centralità del capitale umano. Si tratta di una contraddizione.
Infatti, se lo stock di conoscenze e competenze di cui dispone un'impresa rappresentano elementi chiave dei processi di innovazione e di sviluppo, se questi processi sono necessari per conservare posizioni di leadership nei settori ad alto valore aggiunto e nella competizione globalizzata, allora il tema è quello della sostenibilità del vantaggio competitivo e non della responsabilità sociale. è però anche vero che gli inve stimenti in capitale umano delle imprese meta-nazionali nei Paesi in via di sviluppo, per esempio la formazione, producono anche importanti effetti "sociali" positivi che vanno ben oltre i confini dell'impresa. La ricerca economica ha messo in evidenza il nesso che esiste tra gli investimenti in capitale umano, in particolare la formazione e l'educazione e lo sviluppo economico. Inoltre, a differenza del capitale fisico e, in parte, anche di quello finanziario, gli effetti del capitale si esercitano su orizzonti temporali molto estesi.
Da una prospettiva che guarda più da vicino all'impresa e agli effetti degli investimenti in capitale umano sulla sostenibilità del vantaggio competitivo, emergono alcuni importanti questioni. Un primo tema è quello del pay-back, ossia dei tempi di ritorno dagli investimenti nel capitale umano che appaiono incoerenti rispetto alla velocità di azione dei mercati, agli orizzonti temporali di riferimento degli investitori e alle persistenti condizioni di instabilità e incertezza dei contesti competitivi come degli scenari geopolitici. Per tentare di superare questo problema occorre spostare il ragionamento dai livelli (stock) del capitale umano agli effetti che esso è in grado di produrre. Prassi aziendali molto in voga negli anni scorsi, come per esempio quelle sui talenti, hanno contribuito a consolidare questa distorsione. La confusione è stata anche alimentata dall'asettica traslazione di logiche macro-economiche (es. i livelli di scolarità di un Paese ne aiutano lo sviluppo economico) in politiche d'impresa. Infatti, a livello organizzativo, lo stock di capitale umano, anche se misurato correttamente, è in grado di predire solo in parte la prestazione individuale e quella organizzativa. Un secondo aspetto, a discapito degli studi sui "livelli di capitale", mette in evidenza la necessità di riprendere una prospettiva che guarda ai processi innescati dagli investimenti in capitale umano (innovazione, produttività) e alle prestazioni che ne derivano. Da questo punto di vista, l'equazione che governa la prestazione individuale, di gruppo e organizzativa è più complessa rispetto al semplice legame con il capitale di competenze, conoscenze, abilità. Per risolvere questo paradosso occorre considerare che la relazione capitale umano-performance si attiva attraverso alcuni cruciali processi organizzativi, nei quali intervengono fattori che riguardano persone e gruppi su dimensioni diverse da quelle generalmente utilizzate quando si parla di capitale umano – competenze, conoscenze o abilità. In altri termini, un capitale umano, motore dello sviluppo e della crescita sostenibile, non deve essere confinato solo nei livelli di competenza ma deve allargarsi ad almeno altri due importanti fattori. Sappiamo da molto tempo che la competenza o la conoscenza non sono in grado di produrre risultati soddisfacenti se non si affiancano a livelli coerenti di motivazione, impegno, coinvolgimento delle persone. Lo stereotipo del talento demotivato o dello studente "bravo che non si impegna" segnalano in genere livelli di prestazione inadeguati o sotto le aspettative.
Quando si parla di capitale umano, dalla prospettiva dei risultati che è in grado di produrre non del suo stock, occorre necessariamente considerare i processi sociopsicologici dell'identificazione e del commitment a livello individuale ai quali si sommano le dinamiche di influenza sociale, coesione e leadership all'interno delle organizzazioni. Si tratta di un insieme di fattori che, congiuntamente ai livelli di capitale umano, determinano una parte rilevante della prestazione individuale e di gruppo. Anche a livelli più ampi di quelli dell'impresa, elementi di clima sociale – coesione, identitificazione, senso di cittadinanza – sono fattori che alimentano la crescita economica, rappresentano una componente del capitale sociale. Ci sono poi i fattori organizzativi che riguardano il modo con cui il "capitale umano motivato" è organizzato in un'impresa come in un sistema economico. Esiste quindi un fattore organizzativo che è complementare al capitale umano e alla motivazione senza il cui contributo questi non riescono a generare prestazioni sostenibili. In altre parole, il capitale umano disorganizzato non riesce a tradurre il potenziale di cui dispone in crescita sostenibile perché gli investimenti nel capitale umano, quando non accompagnati da adeguanti investimenti e attenzioni nelle capacità organizzative, appaiono largamente improduttivi. In sintesi, sempre da una prospettiva che guarda agli effetti prodotti dal capitale umano e non al suo livello assoluto, le capacità organizzative rappresentano la competenza a livello d'impresa che combina efficacemente il capitale umano e i processi psicologici che sottendono la relazione persona organizzazione. Quando non compresa, questa complessa complementarietà alimenta un sillogismo che diventa spesso una trappola di autoconferma dell'inutilità degli investimenti in capitale umano: s'investe nel capitale umano, non se ne vedono risultati tangibili, si ritiene che non vi sia relazione tra capitale umano e performance.
Il ruolo dell'impresa per lo sviluppo locale
Glenn Denning, Direttore del Center on Globalization and Sustainable Development The Earth Institute, Columbia University
Secondo la sua opinione, quali sono le reali priorità per assicurare uno sviluppo sostenibile nei Paesi in via di sviluppo? Quali sono i punti fermi per raggiungere gli MDG nelle aree più povere dell'Africa o dell'Asia?
Lo sviluppo sostenibile richiede innanzitutto che le necessità di base delle persone siano soddisfatte: cibo sufficiente, sano e nutriente; acqua potabile; un sistema fognario efficiente; accesso ai servizi sanitari e di base e all'educazione. Ma sconfiggere la povertà estrema richiede anche che i nuclei familiari e le comunità partecipino ad attività produttive in grado di generare occupazione e reddito. Nei Paesi a basso reddito, l'agricoltura su piccola scala rappresenta solitamente la principale fonte di reddito e di sicurezza alimentare per il 60-80% della popolazione. Aumentando la produttività delle proprie attività e allargando l'accesso ai mercati, i contadini sono in grado di generare un surplus che va oltre i requisiti minimi per la sopravvivenza e che può stimolare la crescita economica nelle aree rurali, con un impatto positivo per l'intera economia.
Le infrastrutture di base, come strade e accesso all'elettricità, rappresentano un importante catalizzatore per garantire i servizi pubblici di base e per stimolare la crescita economica. L'accesso a servizi di telefonia mobile e al web hanno aperto opportunità senza precedenti per la condivisione di informazioni tra i diversi settori produttivi. In questo quadro non devono mancare azioni mirate alla protezione dell'ambiente e alla conservazione delle risorse naturali, al fine di assicurare una vita produttiva e in salute alle generazioni presenti e future di produttori e consumatori. Raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio nelle aree più povere del Pianeta richiede quindi un approccio integrato multi settoriale, che includa il supporto all'agricoltura, un migliore accesso ai servizi sanitari e igienici, un accesso pieno all'istruzione primaria e secondaria per ragazzi e ragazze, investimenti in infrastrutture critiche, la protezione dell'ambiente e lo sviluppo delle imprese. Investimenti e politiche adeguate in tutti questi settori potranno ridurre l'estrema povertà e creare le condizioni per uno sviluppo più sostenibile e giusto.
Che ruolo vede per il settore privato e in particolare per le imprese multinazionali?
Lo sviluppo sostenibile incorpora tre ampie componenti: sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Un settore privato in piena salute è fondamentale per raggiungere la sostenibilità economica. Le piccole e medie imprese generano i prodotti e i servizi essenziali per alimentare l'economia locale e creare posti di lavoro. Le imprese multinazionali possono offrire un importante contributo allo sviluppo nazionale, generando entrate che possono supportare i programmi di investimento pubblico. Le imprese internazionali possono dare un contributo fondamentale in termini di capitale, tecnologia e competenza, con ricadute positive anche sulle compagnie nazionali o su altri settori dell'economia. Possono incentivare lo sviluppo delle piccole imprese, anche a livello locale, attraverso rapporti di fornitura e servizio, e supportare il potenziamento delle infrastrutture come reti elettriche, strade, ferrovie, porti e infrastrutture della comunicazione, che favoriscono lo sviluppo in altri settori dell'economica.
Secondo lei quali sono i contributi che l'industria estrattiva - e il settore oil&gas in particolare - possono offrire per perseguire lo sviluppo? Quali sono i fattori principali che determinano il successo di un progetto?
Le imprese che operano nel settore estrattivo hanno sia l'opportunità sia la responsabilità di favorire lo sviluppo sostenibile nei Paesi in cui operano. Molti progetti del settore si svolgono in Regioni povere, ma con un grande potenziale di sviluppo.
Ottimizzare il contributo delle imprese estrattive allo sviluppo sostenibile delle comunità coinvolte dai progetti operativi è una sfida sia per gli investitori che per i governi che, se fallita, può generare instabilità politica e sociale. È quindi necessario comprendere la complessità delle esigenze di sviluppo delle comunità e dei Paesi in cui vengono compiuti gli investimenti ed elaborare un piano di azione che ne tenga conto. Attraverso una partnership dell'Earth Institute e della Columbia Law School, il Vale Columbia Center on Sustainable International Investment ha identificato cinque "pilastri" che dovrebbero guidare il contributo dell'industria estrattiva allo sviluppo sostenibile.
Questi cinque pilastri integrano le responsabilità delle imprese, dei Governi, delle comunità e di altri partner per lo sviluppo in un framework creato per facilitare l'attuazione di progetti di sviluppo. Innanzitutto, le imprese dovrebbero riconoscere la propria responsabilità nel supportare lo sviluppo sia a livello locale, che a livello regionale e nazionale. In questo modo è possibile evitare i conflitti e le situazioni di instabilità sociale che possono minare i processi di sviluppo. In secondo luogo, le industrie, i Governi ospiti e gli altri stakeholder dovrebbero identificare le opportunità per adattare gli investimenti alle necessità specifiche di sviluppo del territorio.
Ad esempio, si dovrebbe tener conto del fabbisogno locale presente e futuro di petrolio e gas, includendo il potenziale per le industrie downstream e le opportunità per aumentare la capacità produttiva dei fornitori locali. Le infrastrutture energetiche e di trasporto possono essere usate anche per aumentare la produttività e l'accesso sul mercato dell'agricoltura, spesso una delle principali fonti di sostentamento per le comunità locali. Terzo, le imprese devono lavorare con i Governi, con le comunità e con altri partner per gestire e minimizzare i rischi e gli impatti ambientali associati con le attività estrattive, oltre che per offrire un supporto per risolvere le problematiche ambientali più pressanti, come la gestione delle risorse idriche o la deforestazione.
Quarto, le imprese e gli altri stakeholder dovrebbero incoraggiare e supportare le strategie governative più efficaci per la gestione dei ricavi delle attività estrattive, quali ad esempio piani di sviluppo nazionale, meccanismi efficienti di bilancio e allocazione strategica della ricchezza generata. Quinto, le imprese dovrebbero supportare una struttura legale trasparente e solida per la gestione degli investimenti, implementata e monitorata da forti istituzioni governative e sociali.
Questo include, tra l'altro, il supporto a un regime fiscale che assicuri una distribuzione omogenea dei ricavi tra le imprese e i governi, e l'impegno alla trasparenza nei contratti, in modo che Governi e imprese possano aver ben chiaro come rischi, benefici e responsabilità sono allocate tra i diversi stakeholder. Negli ultimi anni, in molti Paesi si è visto come l'industria estrattiva possa essere una forza trainante per la crescita economica nazionale. Ma perché tale crescita possa continuare stabilmente nel tempo saranno necessari strategie e investimenti che promuovono uno sviluppo nazionale più inclusivo ed equo. è quindi arrivato il momento per l'industria estrattiva di dimostrare competenza, impegno e capacità di leadership al di là della proprio core business. L'industria estrattiva deve quindi dedicarsi pienamente allo sviluppo sostenibile.
Quali sono le maggiori sfide e cosa c'è di sbagliato nei programmi attualmente attivi nei Paesi in via di sviluppo?
Nel corso dei miei 35 anni di esperienza in progetti di sviluppo in Asia e in Africa, ho concluso che ci sono sette fattori di successo. Innanzitutto coinvolgere le comunità per identificare le priorità e promuovere la leadership locale. Secondo, lavorare insieme ai Governi, sia nazionali che locali, per assicurare l'allineamento e la complementarietà di investimenti, strategie e priorità. Obiettivi trasparenti e tracciabilità dei risultati sono ingredienti essenziali per una partnership produttiva con i Governi. Terzo, investire nello sviluppo del potenziale locale e nazionale, trasferendo le competenze necessarie. Quarto, identificare le best practice e porre in uso sistemi di monitoraggio e valutazione.
Quinto, incoraggiare partnership pubblico-privato e supportare lo sviluppo delle imprese, contribuendo così alla sostenibilità economica. Sesto, coinvolgere diversi partner e utilizzare un'ampia gamma di tecnologie ed esperienze diverse. Settimo, investire a lungo termine. Un tipico caso di fallimento che ho osservato è la conclusione prematura di progetti promettenti. Lo sviluppo delle comunità, delle imprese e delle competenze locali richiede tempo, non certo un progetto della durata di 3-5 anni.
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