Tre sono i documenti che ci dicono della morte di Caravaggio, a Porto
Ercole.
"A dì. 18 luglio 1609 nel hospitale di S. Maria Ausiliatrice morse
Michel Angelo Merisi da Caravaggio dipintore per malattia".
La data del documento, come si è detto, si riferisce al calendario senese ed
è anticipata di un anno (1609), ma ciò sembra improbabile ed è quindi da
ritenersi frutto di una svista.
Oltre a questo, ci sono due avvisi (cioè i notiziari del Seicento) partiti
da Roma per la corte di Urbino. Mancini è l'autore del terzo documento: una
cronaca, di natura privata, scritta però da una persona che si preoccupava
della sorte di Caravaggio, a cui il pittore stava a cuore, e che fu persino
il suo medico, oltre che archiatra pontificio di Urbano VIII. Dice:
"soprapreso da febbre maligna morse di stento e senza cura".
Volendo credere a questa versione, avremo anche una anamnesi medica di
uno dei dottori più famosi dell'epoca, che dovette avere precise notizie del
decesso di Caravaggio, anche dal punto di vista clinico, visto che si
premura di specificare morì "senza cura". Quello che ci interessa affrontare
è la natura della febbre di Caravaggio, molto probabilmente legata al
catarro.
Tutta l'opera di Caravaggio è costellata di sintomi del flemma o catarro o
pituita. Il sintomo principale e più manifesto è il marciume o tabe. Se
consideriamo questo, secondo i principi medici del primo Seicento, potremo
trarre conseguenze assai importanti dal punto di vista della comprensione di
alcuni dipinti di Merisi, che si dimostra affezionato alla fisiologia della
putredine e ai sintomi del catarro, tanto da dipingere solo vegetali affetti
da patologie.
La causa del suo male è dunque più antica dell'accesso febbrile di Porto
Ercole. La necrosi colliquativa è disseminata dall'autore in ogni angolo di
vero da lui riflesso: non in funzione morale, come si potrebbe credere per
un facile traslato anagogico, ma in senso fisiologico. È soltanto con il
coraggio indecoroso di rappresentarla, contro ogni etichetta, che egli se ne
libera, facendosi laudator putredinis.