Quando nel luglio del lontano 1610 Caravaggio lasciò con le sue poche cose le
coste di Napoli alla volta di Roma, aveva compiuto un gesto dal significato
profondo: aveva di fatto smesso di fuggire. Dopo quattro anni di "nomadismo"
forzato, la speranza di ricucire lo strappo che gli aveva devastato la vita
vinceva sull'angoscia di morte che lo assediava togliendogli l'aria.
Quali siano stati i fatti che determinarono l'inaspettato arresto al suo
arrivo al porto di Palo, o per quale motivo la delicata opera di mediazione
che il cardinal Gonzaga aveva intrapreso con Scipione Borghese si inceppò
clamorosamente non è dato saperlo con precisione.
Nel corso della storia sono state elaborate molte e singolari teorie su come
si svolsero gli eventi, anche in tempi recenti; ma in realtà la cosa più
affascinante dalla quale nessuno può prescindere è che Michelangelo Merisi,
pittore lombardo, condannato a morte, inseguito da sicari per tutto il
Mediterraneo, braccato dai cavalieri di Malta, ma anche artista famoso,
agognato da potenti collezionisti, protetto da famiglie nobili e da
personaggi illustri, un giorno, in una rovente estate di quattrocento anni
fa, uscì per l'ultima volta da una cella e scomparve per sempre.
Se la
mitica feluca si sia mai fermata a Porto Ercole o se abbia ripreso
velocemente la via di Napoli dove la marchesa Costanza Colonna attendeva con
ansia i quadri per metterli al sicuro, prima che gli ambasciatori del
cardinale e i cavalieri dell'ordine maltese piombassero come falchi per
disputarseli, non si sa con esattezza. Solo molti anni più tardi i biografi
più noti dell'epoca restituirono alla storia una versione curiosamente
concorde: Caravaggio morì di sfinimento nel disperato tentativo di
recuperare il carico dei suoi dipinti, unico reale salvacondotto per la
salvezza.
Oggi, a quattro secoli dalla sua scomparsa, noi celebriamo uno dei geni
assoluti di tutti i tempi nel luogo dove la storia ha voluto che giungesse a
"chiuder la vita".